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ITALIA TV. La “meglio gioventù” di Montalcino

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italiatv.it – Nel Novecento il mix di crescita demografica mondiale e sviluppo delle tecnologie ha cambiato come mai prima il rapporto fra uomo e natura. Nuovi bisogni, soprattutto energetici, hanno scatenato nell’uomo moderno l’ancestrale istinto predatorio, spingendolo a rapportarsi alla natura con sempre meno rispetto, considerando l’ambiente come una sorta di dispensa dalla quale approvvigionarsi avidamente. I cambiamenti climatici sono solo una delle conseguenze più visibili.
Oggi l’Umanità concorda sull’urgenza di ristabilire un rapporto diverso con l’ambiente per tornare ad avere la natura come madre e non matrigna; subito perché ciò che solo qualche decennio fa poteva sembrare una bizzarria apocalittica da complottisti, oggi è realtà.
 
Per ritrovare equilibrio ed armonia serve conoscenza. Senza di questa la diversità è sempre stata considerata una minaccia e non un’opportunità. La conoscenza è la condicio sine qua non è possibile raggiungere l’obiettivo: l’armonia della e nella diversità.
Se ne è parlato venerdì scorso (11/3/16 n.d.r.) nell’Agorà della Val d’Orcia, il Chiostro di S.Agostino a Montalcino in un Convegno organizzato dal Comune, dalla Scuola Permanente dell’Abitare e dal Comitato Promotore per Montalcino Bio.
 
Il terreno come primo patrimonio delle aziende; la conoscenza di suolo e vigneto attraverso la sperimentazione e la misurazione; la valorizzazione delle bio-diversità; bio-ecologia e tutela ambientale nei territori vinicoli; la gestione biologica del vigneto e le strategie di controllo e contenimento delle patologie della vite; questi alcuni degli argomenti-guida del Convegno.
 
L’approccio biologico è sempre più non solo una conquista culturale, ma anche volano benefico per tutti i segmenti socio-economici di un territorio. Un ambiente migliore equivale ad un valore superiore, dove valore è sia da intendersi in chiave economica ma ancora più importante come maggiore qualità della vita. Fondamentale per lo scopo è una visione globale, a tutto tondo, che coinvolga tutte le attività di una comunità. Per questo motivo, Montalcino Bio organizza per il 22 aprile prossimo un nuovo Convegno, questa volta dedicato all’edilizia sostenibile. La Scuola Permanente dell’Abitare e il Comune di Montalcino saranno ancora una volta al fianco di questi sognatori.
 
Non stupisce che i promotori di Montalcino Bio siano in grandissima parte la “meglio gioventù” del luogo; giovani imprenditori attenti e rigorosi perché ben consapevoli di giocarsi il futuro proprio e dei loro figli. E’ nell’energia di questa “meglio gioventù” che Montalcino coltiva i suoi sogni.
(Dario Pettinelli – direzione@italiatv.it)
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“Sublimare il porco”. Ovvero chi siamo, dove viviamo, che cosa mangiamo

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cronachedallacampagna.com (di Silvana Biasutti) – Ricordo che una ventina di anni fa, in tempo di vacanza, passavo spesso a piedi per la strada che da Sant’Angelo in Colle conduce a Castelnuovo dell’Abate, cioè all’Abbazia di Sant’Antimo; a qualche chilometro da Sant’Angelo, mi capitava di incontrare una grossa scrofa che pascolava nell’oliveta sottostante la strada bianca, da cui ne ammiravo le evoluzioni. Si chiamava Tina – me l’avevano detto gli abitanti del podere – e al richiamo, quando era lontana, arrivava al galoppo, facendo tremare la terra. Avevo preso l’abitudine di portarle una mela o un pezzo di pane raffermo e Tina rispondeva all’appello con tale entusiasmo che pensavo mi riconoscesse.

Un giorno, passo di lì e mi metto a strillare per chiamarla, ma Tina non risponde e io – da vera milanese che guardava la campagna con affumicati occhiali cittadini – busso al podere e chiedo ragguagli.
Tina non c’è più, mi rassicurano, “l’è salami”; io resisto al groppo di pianto, penso che comunque non sono vegetariana, ma non tralascio un apprezzamento un po’ sciocco: “oh ma era così buona!”.
Quello del podere, non so se ironico o sarcastico, mi rassicura dicendomi che Tina è sempre buona: “anche ora”.

Mi torna in mente questo episodio, leggendo la recensione a un libro dell’antropologo Marino Niola, che ‘fotografa’ il nostro approccio al cibo, analizzando il profondo cambiamento dei consumi; saltano agli occhi le nuove sensibilità, che aggregando le persone in veri e propri gruppi, in questi anni sono diventate sempre più visibili, fino a configurare nuovi mercati e nuovi interessi.

Vent’anni fa leggevamo le mappe dei consumi, per capire – attraverso i cluster psicografici – com’era il profilo ideale di un potenziale lettore di libri; oggi, quegli stili di vita che parevano numericamente flebili si sono consolidati e spesso radicalizzati, dando vita a un universo alimentare variamente segmentato, con l’irruzione sulla nostra tavola di istanze ambientaliste, salutiste, etniche, religiose, animaliste, spirituali, paesaggistiche; e forse ho dimenticato qualcosa…

Ai tempi della pubblicità – quella vera, scientifica, che deve servire a vendere e non altro – è nozione acquisita che non puoi pensare di fare una campagna per vendere un prodotto, se non ci sono i presupposti per affermarlo; sembra una banalità, ma non siamo arrivati a tenere in rispettosa – se non reverente – considerazione i vegani, oltre agli ormai scontati vegetariani, per inerzia; né la “massaia” (che nel frattempo è diventata sempre più unisex e spesso gay – Barilla insegna –) pretende il “bio” solo per sentito dire o perché sempre più spesso l’aggettivo ‘biologico’ qualifica un cibo più sicuro (o più benefico, o meno inquinante, o più salutare).

Il cibo è diventato conversazione, è affermazione – non tanto di un’identità nazionale o regionale –, è divenuto (non solo diventato) un presidio culturale, nel senso più profondo dell’aggettivo. Io mangio così, perché così io penso, così io sono.

Penso quindi mi nutro; e i pensieri, spesso inespressi, latenti, magari vaghi, vanno e provengono da molteplici direzioni: la crisi ci ha abituati tutti a una maggiore attenzione (anche quelli che non hanno troppo sofferto in questi anni), una specie di pauperismo è diventato quasi un modo nuovo di consumare (meno, ma meglio); sempre la crisi ha accelerato un processo di maggior attenzione agli sprechi, anche ambientali; la crisi, ancora, ci obbliga a volgere lo sguardo alla ricerca di risorse che possano diventare lavoro, nuovo lavoro.

Queste considerazioni sfiorano appena la complessità di un cambiamento di sguardo generalizzato – quindi anche a proposito del cibo – di cui è urgente tenere conto, perché al capolinea delle scelte diverse che diventano di massa, ci sono posti di lavoro, tipi di attività, situazioni economiche – che cambiano, che crescono, che cessano di essere redditizie –.

Chi scrive è tutt’ora onnivora – ma in modo residuale e con notevoli contraddizioni – difatti mi rendo conto di evitare la carne e pure il pesce, ma mi capita ancora, ma raramente, di mangiarne. Vivo in Toscana e in campagna, cioè in un contesto più carnivoro di quello da cui provengo; molti anni fa, arrivando dal nord non mi pareva vero papparmi una fetta di arista, tagliata spessa, colante olio profumato, tenera e invitante e appagante; e mai l’avrei chiamata Tina, me la sarei sbafata e basta.

Ora, il mio avvocato – cacciatore di lungo corso – mi ha confidato, senza sentirsi un traditore della patria tosco-senese, le delizie di un nuovo ristorantino vegetariano, apprezzando e descrivendomi la raffinatezza dei piatti e permanendo (per ora) carnivoro.

Senza sondaggi, ma tastando i gusti della gente e le nuove abitudini, segno dei tempi mutati è l’apertura a Montalcino di un negozio la cui insegna dice ‘bio’; ora, in questa terra di cacciatori, di salsicce, di carne che accompagna mitici vini, di gente ligia a una tradizione in completa controtendenza rispetto alle considerazioni che ho esposto qui sopra, accanto ai cibi della tradizione – il miele, il farro, le lenticchie, i ceci, i caci, l’olio extravergine e naturalmente i vini (rigorosamente bio o addirittura biodinamici) – ecco il futuro cosmopolita e nostrano che avanza, sotto forma di quinoa, soia, pasta integrale e panetti di tofu.

E se il vino resta il protagonista, la zizzania è un legume o un cereale alternativo al riso, e il latte di riso è apprezzatissimo dai neo-lattofobi, una casta tutt’altro che esigua, che mette a rischio i meravigliosi formaggi della zona, anche quelli bio.

Ogni tanto io penso al prosciutto, qualche volta ne mangio; ma so bene che perfino chi alleva animali non sfugge a una nuova forma di sensibilità verso la loro vita; è un sentimento che si sta diffondendo e che non necessariamente si traduce in astinenza; spesso prende la forma di una richiesta: un mondo meno ‘bestiale’, anche per gli animali.

Il cibo è davvero diventato conversazione e Expo – se la politica non è abitata da stupidi, come ogni tanto lascia intuire – potrebbe figliare una vera attenzione al riguardo, con molte implicazioni positive.

Possiamo, potremmo, nutrire un pezzo di mondo, spaziando dal porco al farro, ma saziando soprattutto la fame più sublime di quelli che non si accontentano di riempire solo la pancia, e mettendo a frutto vecchie nuove vocazioni, possiamo trovare strade nuove, nel cibo, nell’ambiente e nell’arte, per far avanzare la nostra civiltà.

ITALIA TV. ToscaBio. “La Dispensa della Felicità”

italiatv.it (di Dario Pettinelli) – Tra i colli e le valli della Toscana che fa sognare ci sono angoli già unici e straordinari per vocazione naturale che a volte, è proprio questo il caso, diventano magici. Si pensi alla particolarità delle terre di Montalcino ad esempio: solo in quelle specifiche condizioni ambientali, e seguendo tutte le prescrizioni del Disciplinare, è possibile produrre il noto Brunello; oppure gli oliveti per il celebrato extra-vergine toscano; o ancora il miele; e la lista è lunga.

ToscaBio
ToscaBio ha setacciato la Toscana selezionando le migliori produzioni bio e propone dal sito internet www.toscabio.com quello che senza dubbio possiamo definire, omaggiando Ada Boni, “la dispensa della felicità”. Solo prodotti certificati biologici: olio extra-vergine, miele, vino, confetture e composte, salse e creme, sughi e zuppe, sali ed erbe aromatiche, cereali, legumi, infusi e naturalmente pasta e tartufi. Tutto solo e rigorosamente toscano e biologico.

“Teteska di Cermania”, è Telsche Peters che sintetizza la filosofia di ToscaBio: “La qualità del prodotto è un elemento fondamentale per il nostro settore, per questo crediamo che solo chi conosce e lavora direttamente i prodotti della propria terra, con le stesse cure e attenzioni di una famiglia, possa far nascere prodotti genuini che restituiscano il vero sapore e quell’autenticità che va perdendo. La nostra filosofia è quella di portare ai nostri clienti tutta la qualità delle migliori produzioni alimentari toscane e spedirle direttamente dalla Toscana, garantendo al consumatore la massima freschezza per i prodotti freschi, come i Tartufi, e tempi brevi di spedizione per l’Italia e per i paesi dell’Unione Europea”. Telsche Peters fonda ToscaBio con Claudio Rubegni, profondo conoscitore della cultura e del cibo della Toscana. Giornalista freelance, è autrice del libro “Toskana Bio-Paradiso – 100 produttori biologici”, uscito nel 2011 in Austria e Germania (Stiria Editrice). Lavora come addetto stampa per tre Aziende Biologiche italiane e vive a Montalcino.
Se parliamo di cibi e vini di qualità, allora pr1ma ToscaBio.

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